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Outdoor Festival intervista di Repubblica – Arianna Di Cori

Paolo Buggiani, il papà italiano della street art: “Murales come pasquinate? La denuncia è un’altra cosa”

A 85 anni è uno degli ospiti più importanti dell’Outdoor Festival di Roma. Nel suo passato le azioni infuocate alle Torri Gemelle, la New York degli anni ’70 e tanta avanguardia. Nel suo futuro la voglia di non smettere mai di essere disobbediente.

ROMA – Si è appeso a una fune lanciandosi contro le Torri Gemelle; ha sparato razzi contro l’Intrepid, la nave da guerra trasformata in museo della storia militare; è andato in giro pattinando per le strade di New York travestito da Minotauro, completamente coperto dalle fiamme; ha incendiato la sagoma di una famiglia davanti alle Nazioni Unite il giorno della commemorazione dell’atomica su Hiroshima. L’ha fatto negli anni ’60, ’70 e ’80 – molto prima che il termine street art divenisse di uso comune – e continua a farlo. Con mezzi, quello dell’installazione effimera e della performance, che ancora oggi vengono considerati innovativi nell’ambito del fenomeno artistico. L’occasione dell’inaugurazione dell’ Outdoor Festival (dal 14 aprile al 12 maggio al Mattatoio di Roma) è quella per fare una chiacchierata con il leggendario Paolo Buggiani, uno degli artisti più dissacranti e rivoluzionari che il Novecento abbia prodotto. Ottantacinque anni e la vitalità di un ventenne, nato a Castelfiorentino nel 1933, Buggiani, più noto all’estero che in patria (già nel 1968 ottenne la prestigiosa Guggenheim Fellowship), dopo 24 anni a New York oggi vive e lavora a Isola Farnese, alle porte di Roma. In mostra sono esposti alcuni suoi recenti lavori pittorici, un video che ripercorre alcune delle sue più celebri performance, e un quadro dell’amico Keith Haring.

Buggiani, cosa è per lei, la disobbedienza?
La disobbedienza è sinonimo di libertà, senza libertà non puoi creare. Se non c’è un’invenzione causata dalla disobbedienza, l’arte diventa artigianato ossia “arte già nata”. Per essere libero non puoi assecondare chi ti censura, devi sorprenderlo. Le tante volte che hanno cercato di arrestarmi per le mie azioni spontanee non chiedevo scusa: mi mettevo in ginocchio davanti ai poliziotti con le mani giunte e dicevo “pardon, pardon, giuro che diventerò più buono”. Questo atteggiamento ha sempre spiazzato le forze dell’ordine, tanto che sono diventato amico di alcuni di loro. E ora, siccome sono un po’ più vecchio ma resto sempre il solito disobbediente, ho deciso di scrivere un libro sull’argomento, una specie di manuale da seguire.
Come ci si trasforma da conformisti a disobbedienti?
Il cambiamento è abbinato alla necessità. La street art è nata come reazione alla prepotenza delle gallerie, ma era mossa dalla necessità di comunicare liberamente. Forse ci dobbiamo interrogare più sinceramente su ciò che è necessario, per eliminare tutto il superfluo che ci acceca. Allora potremo vedere non slogan ma visioni da condividere con il mondo, e non solo nell’ambito dell’arte.
Qui a Outdoor lei è l’artista più grande, in termini anagrafici e non solo. Cosa l’ha spinta a partecipare al festival?
Vorrei essere provocato dalle nuove generazioni, per questo ho preso parte a una mostra che rinchiude ciò che dovrebbe stare sulla strada, in un luogo che ci chiede di riflettere dove siamo e dove stiamo andando. Sono per la più totale libertà, tanto è vero che ammiro molto questi ragazzi perché hanno il desiderio di innovare e sfuggire alla schiavitù del quadro su tela. Mi piace molto il loro approccio installativo, e sono certo che, a forza di provocarsi a vicenda, qualcuno emergerà. Tuttavia sono preoccupato del fatto che la street art stia prendendo una deriva decorativa. Amo il lavoro che abbia un messaggio e un mistero, che sorprenda le persone: senza, l’arte nasce già consumata ed è solo un gioco.
Oggi la street art si muove tantissimo sui social. Lei che rapporto ha con il mondo del web?
Da un lato, ha reso il nostro pianeta molto più piccolo. Dall’altro rischia di far perdere il contatto con la realtà. Mi ha colpito molto che chi entrava all’inaugurazione del festival spesso si faceva un selfie davanti alle opere, forse per sentirsi parte del processo creativo, allo stesso tempo volgendo le spalle a ciò che fotografava. A questo siamo abituati oggi; invece di entrarci, ti ritrai protagonista del mondo dietro di te. Questo gesto significa negare una possibile comunicazione, è una forma di appropriazione dove si rimane soli. Ed è il mondo nel quale crescono le nuove generazioni di artisti. Quanto è difficile in questo momento uscire dal nostro ego per scoprire il mondo che ci circonda e rivelarlo agli altri?
Di recente ha fatto molto scalpore un poster raffigurante un bacio tra Salvini e Di Maio, poi una copia del quadro di Caravaggio “I bari”, con i volti trasformati in quelli nuovamente di Di Maio, Salvini, e Berlusconi. 
Il bacio è una copia di quello di Banksy tra poliziotti. Cambiano solo i soggetti, ma ripetere lo stesso motivo è come fare copia di un quadro. Non ci trovo nulla di sorprendente, nessun mistero nell’immagine.
Secondo lei i murales oggi possono essere le nuove “pasquinate”?
Jenny Holzer, una delle pioniere dell’arte della strada, diceva: “Questa è arte che si suppone non debba esistere, arte messa in posti dove tutti possono vederla, arte che tratta problematiche serie, talmente bella da riuscire a dimostrare quanto le cose potrebbero essere meravigliose”. Ecco, se gli street artisti di oggi conoscessero questo messaggio forse avrebbero un indirizzo più mirato in quel che fanno e dunque sì, essere Pasquino con la loro arte. Fare cose divertenti e sorprendenti è una cosa; fare cose divertenti, sorprendenti, importanti, di denuncia, è un’altra.
Ripercorrendo la sua storia, da dove nasce il suo amore per il fuoco?
Da sempre. Mia nonna mi buttava i fiammiferi dalla finestra quando ero bambino, e ricordo che dopo la guerra costruivo delle bombe usando la polvere da sparo che trovavo nelle mine antiuomo lasciate dai tedeschi. Il fuoco è la vita, è ciò di cui sono fatte le stelle e il cuore del nostro pianeta, ed è anche elemento disobbediente per natura. Ho cercato di farmelo amico, di controllarlo. Nei miei lavori infatti uso corde in fibra di vetro saturate di cera e kerosene che provocano una fiammata che poi si esaurisce rapidamente. Ma sono sempre stati pochi, almeno in Italia, i sindaci che si sono fidati ad autorizzare le mie performance. E infatti ho lavorato molto più fuori: ho “incendiato” il teatro dell’Opera di Francoforte, a Berlino ho piazzato cinque angeli di fuoco davanti alla cattedrale nel ’68, in Australia ho incendiato un ponte in zona industriale, ho compiuto il mio attacco fallimentare spuntando il fuoco contro le Torri Gemelle nel ’79.
L’attacco alle Torri sembra precorrere una pagina drammatica di storia.  
Credo che la mia azione alle Torri Gemelle non abbia nulla a che vedere con le motivazioni che hanno spinto i terroristi a fare l’attentato nel 2001. Il mio era un gesto contro il simbolo dell’establishment, contro quel World Trade Center che faceva il bello e il cattivo tempo.
Per concludere, cosa la muove?
Le mie ricerche avvengono spesso in una realtà parallela, dove gli ostacoli quotidiani possono diventare inesistenti e dar posto a realtà desiderate, dove il mistero del messaggio può superare la durata della materia che lo crea, avvicinando l’arte effimera a quella “duratura”. Ma se vuole sapere cosa mi muove davvero, è semplice: rompere i coglioni alla gente!